Attentato a Sigfrido Ranucci: è la vittima, non l'imputato. Le indagini sui presunti mandanti portano a Valter Lavitola
Dopo gli arresti dei presunti esecutori materiali, il decreto di perquisizione della Procura di Roma individua una nuova pista investigativa. L’inchiesta prova a risalire a chi avrebbe ordinato l’attentato dinamitardo contro il giornalista di Report.
Dopo mesi di insinuazioni e processi mediatici, gli sviluppi dell’inchiesta riportano al centro un dato che non dovrebbe mai essere stato dimenticato: Sigfrido Ranucci non si è “messo la bomba”, ma è il bersaglio di un attentato dinamitardo. Ora gli investigatori concentrano l’attenzione sul presunto mandante.
Per mesi il dibattito pubblico attorno all’esplosione che, nella notte del 16 ottobre 2025, ha devastato l’ingresso dell’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci, è stato accompagnato da sospetti, allusioni e ricostruzioni spesso più vicine al pettegolezzo che ai fatti.
Eppure il punto di partenza dovrebbe essere uno soltanto.
Sigfrido Ranucci è la vittima di un attentato dinamitardo.
Un attentato organizzato con esplosivo, preparato attraverso sopralluoghi, commissionato a un gruppo criminale e oggi al centro di una complessa indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma.
Le ultime novità investigative sembrano rafforzare questa ricostruzione ed è proprio da qui che prenderà le mosse questo approfondimento. Lasceremo volutamente sullo sfondo le indiscrezioni, i pettegolezzi e le molteplici ipotesi che, quasi quotidianamente, alimentano quella sorta di arena politico-mediatica nella quale troppo spesso i fatti vengono confusi con le opinioni. Ci concentreremo invece esclusivamente sugli atti dell’inchiesta, sui provvedimenti dell’autorità giudiziaria e sugli elementi finora emersi dalle indagini, nella convinzione che solo i fatti documentati possano contribuire a comprendere una vicenda tanto delicata quanto inquietante.
La svolta dell’inchiesta
Secondo il decreto di perquisizione depositato il 4 luglio 2026 dal pubblico ministero Edoardo De Santis presso il Tribunale di Roma, gli investigatori ipotizzano che il mandante dell’attentato possa essere Valter Lavitola, imprenditore ed ex editore già coinvolto in numerose vicende giudiziarie.
Si tratta, allo stato, di un’ipotesi investigativa contenuta negli atti dell’inchiesta e che dovrà naturalmente trovare conferma nel corso del procedimento giudiziario.
Se questa pista dovesse consolidarsi, cambierebbe però radicalmente la prospettiva con cui leggere l’intera vicenda.
Non più dubbi sulla natura dell’esplosione.
Non più illazioni sul comportamento della vittima.
Ma un’indagine che punta a individuare chi avrebbe ordinato un attentato contro un giornalista.
Chi è Valter Lavitola
Valter Lavitola è una figura nota alle cronache giudiziarie italiane.
Figlio del medico Giuseppe Lavitola, coinvolto negli anni Settanta nelle false perizie psichiatriche utilizzate per favorire esponenti della camorra come Michele Senese e Raffaele Cutolo, costruisce negli anni una rete di relazioni tra ambienti politici, imprenditoriali e massonici.
Iscritto giovanissimo alla loggia massonica “Aretè“, tenta senza successo la carriera parlamentare nelle file del centrodestra e diventa noto soprattutto come editore de L’Avanti!, quotidiano che, attraverso un controverso sistema di contributi pubblici, riceverà oltre 23 milioni di euro di finanziamenti statali.
Nel 2015 la Corte dei Conti condannerà Lavitola e Sergio De Gregorio alla restituzione di oltre 23 milioni di euro, ritenendo illegittimi quei finanziamenti.
Le numerose vicende giudiziarie
Il nome di Lavitola compare in numerose inchieste degli ultimi vent’anni.
Tra le più note figurano:
- la vicenda della casa di Montecarlo che coinvolse Gianfranco Fini;
- la condanna definitiva per tentata estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi;
- l’inchiesta internazionale sulla corruzione a Panama;
- la latitanza del 2011 conclusasi con la costituzione nell’aprile 2012;
- la condanna per la truffa relativa ai contributi pubblici all’editoria;
- il procedimento sulla compravendita dei senatori collegata alla caduta del Governo Prodi, poi conclusosi con la prescrizione.
Dopo aver terminato il periodo di detenzione, Lavitola apre a Roma il ristorante Cefalù Bistrò di Pesce.
È proprio lì che, secondo quanto riferito pubblicamente da entrambi, nasce il rapporto di amicizia con Sigfrido Ranucci.
L’ipotesi della Procura
Secondo quanto emerge dal decreto di perquisizione, Lavitola avrebbe incaricato un proprio dipendente, Clesio Tavares Gomes, di individuare persone in grado di procurare l’esplosivo necessario per colpire l’abitazione del giornalista.
Gli investigatori contestano inoltre ai due di avere effettuato un sopralluogo nei pressi della casa di Ranucci prima dell’attentato.
Anche queste circostanze rappresentano elementi investigativi ancora sottoposti al vaglio dell’autorità giudiziaria.
La gogna mediatica
Mentre la Procura cercava gli autori dell’attentato, una parte del dibattito pubblico sembrava percorrere una strada completamente diversa.
Invece di concentrarsi su chi avesse organizzato e finanziato l’esplosione, non sono mancate ricostruzioni giornalistiche che, più o meno velatamente, lasciavano intendere rapporti ambigui tra la vittima e il presunto mandante.
Si tratta di un meccanismo già visto in molte altre vicende italiane: spostare l’attenzione dall’autore del reato alla persona che quel reato lo ha subito.
Naturalmente sarà la magistratura a stabilire se le accuse nei confronti di Lavitola siano fondate oppure no.
Ma una cosa, oggi, appare difficilmente contestabile.
Sigfrido Ranucci non è sotto processo. È la persona contro cui qualcuno avrebbe deciso di utilizzare un ordigno esplosivo.
Ed è da questo dato che dovrebbe ripartire qualsiasi riflessione.
La prima svolta investigativa: gli arresti del 26 giugno
La prima importante accelerazione dell’inchiesta era arrivata il 26 giugno 2026, quando i Carabinieri del Comando Provinciale di Roma, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia e del pubblico ministero Carlo Villani, avevano eseguito quattro misure cautelari nei confronti dei presunti esecutori materiali dell’attentato.
In carcere era finito Pellegrino D’Avino, mentre ai domiciliari era stata posta Marika De Filippis. Contestualmente erano stati arrestati anche Saverio Mutone e Antonio Passariello, ritenuti componenti del gruppo che avrebbe materialmente organizzato e realizzato l’esplosione davanti all’abitazione del giornalista.
Le indagini si sono basate su un articolato lavoro investigativo che ha incrociato immagini delle telecamere di videosorveglianza lungo la Pontina, analisi dei tabulati telefonici e accertamenti tecnico-scientifici sull’esplosivo utilizzato, identificato come una potente “gelatina da cava”.
Secondo gli investigatori, il commando avrebbe agito su commissione, ricevendo sostegno economico, schede telefoniche dedicate, assistenza logistica e persino indicazioni su un’eventuale fuga all’estero.
La pista dei mandanti
Già nell’ordinanza cautelare emergevano i primi elementi che lasciavano ipotizzare l’esistenza di uno o più mandanti.
Tra questi figurava una e-mail anonima inviata al pubblico ministero Carlo Villani, nella quale l’autore sosteneva che uno degli indagati avesse agito senza informare altri ambienti criminali, citando anche il clan Moccia. Gli investigatori hanno attribuito quel messaggio a un pregiudicato locale, ma hanno sottolineato che il riferimento al clan non costituisce, allo stato, un elemento probatorio e deve essere valutato con estrema cautela.
Le intercettazioni hanno inoltre documentato contatti tra Antonio Passariello e Salvatore Cava, esponente dell’omonimo clan camorristico di Quindici, mentre un’altra conversazione captata faceva riferimento a un misterioso “Corrado”, figura la cui eventuale posizione nella catena decisionale resta ancora da chiarire.
Oggi, con il decreto di perquisizione del 4 luglio e la nuova pista investigativa che conduce a Valter Lavitola, l’inchiesta sembra compiere un ulteriore salto di qualità. Rimangono molte domande aperte, ma un punto appare ormai acquisito: gli investigatori stanno cercando di ricostruire chi abbia deciso di colpire Sigfrido Ranucci e perché, non se l’attentato sia realmente esistito.
È proprio questo il dato che dovrebbe orientare il dibattito pubblico: il giornalista di Report non è al centro delle indagini come autore di un fatto, bensì come vittima di un attentato dinamitardo, mentre la magistratura continua a lavorare per individuare tutti i responsabili, dagli esecutori materiali fino agli eventuali mandanti.
Guglielmo Bongiovanni