Perché fu ucciso Vittorio Occorsio? Cinquant’anni dopo restano molte domande

Vittorio Occorsio

Vittorio Occorsio: il magistrato ucciso mentre cercava la verità sulla strategia della tensione

A cinquant’anni dal suo assassinio, il ricordo di un magistrato che sfidò il terrorismo nero, seguì le piste dei poteri occulti e pagò con la vita la ricerca della verità.

Il 10 luglio 1976, cinquant’anni fa, veniva assassinato a Roma il sostituto procuratore Vittorio Occorsio. Ucciso da un commando dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo mentre si recava al lavoro, il suo omicidio rappresenta uno dei delitti simbolo degli anni della strategia della tensione.

Ricordare Vittorio Occorsio significa ricordare un magistrato che aveva deciso di spingersi oltre la superficie degli attentati terroristici, cercando di comprendere chi alimentasse realmente la violenza politica che stava insanguinando l’Italia

Dagli esordi alla strage di Piazza Fontana

Nato a Roma nel 1929, dopo la laurea in giurisprudenza Vittorio Occorsio intraprese la carriera in magistratura distinguendosi presto per il rigore delle sue indagini.

Tra i primi procedimenti destinati a segnare la sua attività vi fu quello relativo alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. In qualità di sostituto procuratore partecipò all’inchiesta interrogando Pietro Valpreda, l’anarchico inizialmente indicato come responsabile dell’attentato. Quell’accusa si sarebbe poi rivelata infondata, ma quell’indagine rappresentò per Occorsio il primo confronto diretto con uno degli episodi più drammatici della storia repubblicana.

Da quel momento la sua attività investigativa si concentrò sempre più sull’eversione nera e sulle organizzazioni che ne costituivano l’ossatura.

È una svolta importante. Ma è soltanto una parte della storia.

Perché, leggendo l’ordinanza del GIP, emerge con forza un elemento destinato a cambiare la prospettiva dell’intera vicenda: secondo gli inquirenti non si sarebbe trattato del gesto improvvisato di quattro persone, bensì di un’azione organizzata, pianificata e commissionata da soggetti che, almeno per il momento, restano senza nome.

Il processo contro Ordine Nuovo

Il passaggio decisivo della sua carriera arrivò con il procedimento contro i dirigenti di Ordine Nuovo.

Nel 1973 Occorsio chiese al tribunale di applicare la Legge Scelba, sostenendo che il movimento rappresentasse una ricostituzione del disciolto partito fascista. Nel corso della requisitoria pronunciò parole destinate a rimanere nella storia della magistratura italiana:

«Chiediamo al tribunale di dire al popolo italiano se Ordine Nuovo deve essere messo fuori legge e se gli imputati devono essere condannati.»

Il processo portò alla condanna di numerosi dirigenti dell’organizzazione, tra cui Clemente Graziani, Elio Massagrande, Leone Mazzeo e Mario Tedeschi. Alcuni di loro ripararono all’estero per sottrarsi alla giustizia.

Da quel momento Vittorio Occorsio divenne uno degli obiettivi principali dell’estremismo neofascista.

Le indagini che andavano oltre il terrorismo

Negli ultimi anni della sua vita il magistrato ampliò ulteriormente il raggio delle proprie indagini.

Non si limitava più a ricostruire i singoli attentati, ma cercava di comprendere i rapporti tra terrorismo nero, criminalità organizzata, sequestri di persona, ambienti massonici e apparati dello Stato.

Tra le piste sulle quali stava lavorando vi erano anche gli intrecci riguardanti la loggia massonica P2 guidata da Licio Gelli e il possibile ruolo svolto da strutture occulte nella stagione della strategia della tensione.

Secondo quanto ricordò il collega Ferdinando Imposimato, Occorsio gli confidò di ritenere che dietro numerosi sequestri di persona operassero organizzazioni massoniche deviate e interessi politici, in un quadro riconducibile alla strategia della tensione.

Si trattava di intuizioni investigative che avrebbero richiesto ulteriori approfondimenti e che furono bruscamente interrotte dalla sua morte.

Il delitto del 10 luglio 1976

La mattina del 10 luglio 1976 Vittorio Occorsio uscì dalla propria abitazione per raggiungere il Palazzo di Giustizia.

All’incrocio tra via Mogadiscio e via Giuba, nel quartiere Trieste di Roma, la sua Fiat 125 Special fu affiancata dal commando guidato da Pierluigi Concutelli.

Una raffica di trentadue colpi di mitra pose fine alla vita del magistrato.

L’omicidio avvenne pochi giorni dopo l’interrogatorio di Licio Gelli e in un momento nel quale, per ragioni che suscitarono molte polemiche, la scorta gli era stata revocata.

Dopo l’agguato gli assassini portarono via anche la borsa del magistrato, contenente documentazione relativa alle sue indagini.

La borsa scomparsa e le piste investigative

La sottrazione della borsa contribuì ad alimentare numerosi interrogativi.

Secondo ricostruzioni giornalistiche, al suo interno vi sarebbero stati documenti riguardanti i sequestri di persona e possibili collegamenti tra il denaro dei riscatti, ambienti massonici e criminalità organizzata.

Tra gli elementi richiamati negli anni figura anche un documento relativo all’Organizzazione Mondiale per l’Assistenza Massonica (OMPAM), vicenda che ha alimentato ulteriori riflessioni sul contesto nel quale maturò l’assassinio del magistrato.

Si tratta di aspetti che continuano ancora oggi ad alimentare il dibattito storico e giornalistico sulle indagini interrotte dalla sua morte.

Anche le sue fonti finirono nel mirino

Tre mesi dopo l’omicidio di Occorsio venne assassinato Nicola D’Agostino, esponente della ‘ndrangheta che aveva collaborato con il magistrato fornendo informazioni sul traffico del denaro proveniente dai sequestri di persona.

Anche questo delitto è stato più volte richiamato dagli studiosi come uno degli episodi che evidenziano la complessità delle reti criminali sulle quali Occorsio stava indagando.

Una verità giudiziaria e molti interrogativi ancora aperti

Sul piano giudiziario furono individuati e condannati gli esecutori materiali dell’omicidio: Pierluigi Concutelli e Gianfranco Ferro.

Diverso è il discorso relativo al contesto nel quale maturò il delitto.

A distanza di cinquant’anni continuano infatti a essere oggetto di studio le connessioni tra terrorismo neofascista, criminalità organizzata, ambienti massonici e apparati dello Stato, temi sui quali Vittorio Occorsio aveva concentrato gran parte della propria attività investigativa.

Per questo motivo la sua figura continua a rappresentare uno dei simboli della magistratura italiana nella lotta contro la strategia della tensione.

Ricordarlo oggi significa ricordare non soltanto un magistrato assassinato, ma un servitore dello Stato che cercò di seguire piste investigative estremamente complesse, pagando con la vita il prezzo della propria ricerca della verità.

Guglielmo Bongiovanni