STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA
Mezzo secolo di silenzi, depistaggi e verità tardive
28 maggio 1974. Una bomba esplode nel cuore di Brescia durante una manifestazione antifascista promossa da sindacati e partiti della sinistra. Otto morti, oltre cento feriti. Cinquantuno anni per arrivare a una condanna come esecutore materiale. Una strage che non appartiene soltanto al passato, ma continua a interrogare la storia della Repubblica.
10:12 – L’esplosione sotto i portici
Alle 10:12 del 28 maggio 1974, in piazza della Loggia, una bomba nascosta in un cestino dei rifiuti sotto i portici esplode mentre è in corso una manifestazione antifascista. L’ordigno colpisce in pieno la folla riunita nella piazza: otto persone perdono la vita, oltre cento restano ferite.
La tensione in città era altissima. Il giorno precedente un volantino minaccioso, firmato Ordine Nero, Gruppo Anno Zero e Briexien Gau, aveva preannunciato nuovi attentati. Solo pochi giorni prima era morto Silvio Ferrari, giovane bresciano legato a gruppi dell’estrema destra, ucciso dallo scoppio di una bomba che trasportava sulla sua Vespa. Una morte avvolta dal mistero che divenne, per i neofascisti – forse responsabili di quella stessa esplosione – un pretesto per pianificare un’azione eclatante.
Depistaggi, silenzi e una giustizia rimandata
Dopo la strage si aprì un cammino giudiziario lungo e tormentato. Le indagini furono ostacolate da depistaggi riconducibili ad apparati dello Stato, in particolare al SID, il servizio segreto militare. I processi si susseguirono per decenni, senza arrivare a una verità definitiva.
Il primo procedimento, noto come “processo Buzzi”, dal nome di Ermanno Buzzi, si concluse senza risultati risolutivi. Buzzi venne poi strangolato in carcere da Pierluigi Concutelli e Mario Tuti.
Altri processi, come il cosiddetto “processo Ferri” e quelli che coinvolsero Cesare Ferri, Sergio Latini e Alessandro Stepanoff, terminarono con assoluzioni o prescrizioni. Per anni, la sensazione dominante fu quella di una verità sistematicamente rinviata.
I mandanti della strage
Maggi e Tramonte
Una svolta concreta arrivò nel 2015. Carlo Maria Maggi, dirigente veneto dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo, fu condannato all’ergastolo come organizzatore della strage. Insieme a lui venne condannato Maurizio Tramonte, all’epoca militante neofascista e informatore dei servizi segreti, riconosciuto colpevole di concorso nell’attentato.
Nel 2017 la Corte di Cassazione confermò le condanne dopo tredici fasi di giudizio e quarantatré anni di attesa. Per la prima volta lo Stato italiano riconosceva ufficialmente la responsabilità neofascista nell’eccidio di Brescia.
Rimaneva tuttavia una domanda cruciale: chi aveva materialmente collocato la bomba?
L’esecutore: una sentenza dopo 51 anni
Una risposta è arrivata solo nel 2025.
Il Tribunale dei Minorenni di Brescia ha condannato a trent’anni Marco Toffaloni, che all’epoca dei fatti aveva sedici anni. Per i giudici fu lui a posizionare l’ordigno sotto i portici di piazza della Loggia.
Determinanti nel processo sono stati una fotografia che lo ritrae sul luogo dell’esplosione, diverse testimonianze – tra cui quella dell’ex militante Gianpaolo Stimamiglio – e una ricostruzione peritale dettagliata. Ombretta Giacomazzi ha ricordato i giorni successivi alla strage, quando alcuni militanti si vantavano di quanto accaduto.
Toffaloni oggi vive in Svizzera con un nome diverso, Franco Maria Muller. Non si è mai presentato in aula. La Svizzera ha annunciato che non lo estraderà, ritenendo prescritto il reato. Nonostante ciò, la condanna rappresenta un punto di svolta: per la prima volta viene riconosciuto un esecutore materiale della strage.
Zorzi: un processo ancora aperto
Un altro nome emerso con forza è quello di Roberto Zorzi, veronese, oggi residente negli Stati Uniti. Il processo a suo carico è attualmente in corso davanti alla Corte d’Assise di Brescia. Secondo le indagini fu complice di Toffaloni nella fase esecutiva.
Già il 21 maggio 1974, durante i funerali di Silvio Ferrari, Zorzi era stato notato a bordo di una Fiat 600 su cui era stata caricata una corona con l’ascia bipenne, simbolo dell’estrema destra. L’auto venne osservata ma nessuno dei suoi occupanti fu identificato. Fermato brevemente dopo la strage, fu rilasciato e – secondo quanto denunciato dal colonnello Massimo Giraudo – completamente ignorato nelle indagini successive.
Mezzo secolo per una verità
La condanna di Toffaloni, attesa per cinquantuno anni, ha segnato una tappa decisiva per la città di Brescia. L’immagine di Manlio Milani, che in quella mattina perse la moglie Livia Bottardi, racconta il peso di un’attesa durata mezzo secolo.
Oggi alcune certezze emergono con chiarezza: la strage fu il frutto di un disegno neofascista riconducibile a Ordine Nuovo, con coperture nei servizi segreti e nei vertici istituzionali dell’epoca. I mandanti sono stati individuati. Un esecutore è stato condannato. Un altro è sotto processo.
Restano tuttavia interrogativi ancora aperti: il ruolo dell’allora capitano Francesco Delfino, le connessioni con il comando FTASE di Verona, i contatti con ambienti NATO.
La strage di Brescia non è soltanto una ferita del passato. È una domanda ancora viva sulla tenuta della democrazia italiana.
Guglielmo Bongiovanni
Questo sito seguirà senza tregua ogni udienza del processo contro Roberto Zorzi.
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