Il Palazzo Scomparso

Via D’Amelio, la pista del palazzo scomparso: un’indagine ignorata

“Le testimonianze dimenticate di Mario Ravidà e Francesco Arena sul palazzo dei Graziano: la pista del telecomando mai seguita nella strage di via D’Amelio”

Il palazzo che non doveva esistere. E la verità che non doveva essere vista.

Mentre sul sito è in corso la pubblicazione dell’audizione di Luana Ilardo sull’omicidio di suo padre, riteniamo necessario riportare all’attenzione dei lettori un’altra vicenda che segue la stessa, inquietante traiettoria: indagini ignorate, documenti scomparsi, verità accertate e poi rimosse.

È la storia del cosiddetto “palazzo scomparso” di via D’Amelio.
Una storia raccontata dall’ispettore Mario Ravidà, uno dei primi funzionari di polizia a effettuare un sopralluogo tecnico sul luogo della strage del 19 luglio 1992, il giorno dopo l’uccisione del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta.

Un palazzo che c’era, era visibile, dominante sulla scena, tecnicamente perfetto come punto di osservazione e di azione.
E che tuttavia sparisce dalle indagini, dai fascicoli, dalle ricostruzioni ufficiali. Come se non fosse mai esistito.

La relazione redatta da Ravidà su quel luogo – un edificio in costruzione, con terrazze, visuale diretta e protezioni improvvisate – non verrà mai approfondita, né seguita operativamente.
Anzi: scompare anch’essa.

Quella che state per leggere e vedere non è un’interpretazione, né una teoria successiva.
È una testimonianza diretta, resa anni dopo in sede giudiziaria e giornalistica, che descrive un sopralluogo reale, elementi concreti, tracce evidenti, e una pista che avrebbe dovuto essere seguita immediatamente.

Riproponiamo oggi questa inchiesta perché parla la stessa lingua dell’audizione di Luana Ilardo.
Cambia il nome della vittima.
Cambia il contesto.
Non cambia il metodo.

Il palazzo che non doveva esistere

Il 19 luglio 1992, alle ore 16:58, una Fiat 126 imbottita di esplosivo salta in aria in via D’Amelio, uccidendo il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Da allora molto si è detto e si è scritto sull’agenda rossa sparita pochi istanti dopo l’esplosione.

Molto meno, invece, si è parlato di un palazzo che incredibilmente sparì dalle indagini.

Non è affatto un modo di dire!

Un intero edificio — visibile, concreto, reale — scompare letteralmente dalle indagini giudiziarie. Quel palazzo “non c’è” più: non esiste nei fascicoli, non esiste nei sopralluoghi ufficiali, non esiste nelle foto e nei video.

“Questo palazzo scompare dalle indagini scompare dalla vista degli inquirenti dalle fotografie dai video di quel pomeriggio”

Ma quel palazzo c’era. Eccome se c’era.​

Era lì anche quel giorno. E tre poliziotti catanesi, giunti sul posto appena ventiquattr’ore dopo la strage, lo individuarono subito: si tratta del complesso “Iride”, un edificio in costruzione all’epoca, undici piani con attico aperto, situato proprio accanto al giardino dove esplose l’auto.

Il Palazzo scomparso

Il reportage realizzato da “Servizio Pubblico” e mai mandato in onda con l’intervista all’ispettore Mario Ravidà: un documento raro e prezioso per capire la pista del telecomando mai approfondita. Un’inchiesta dimenticata che merita di essere vista fino in fondo.

Quel giorno a via D’Amelio: il sopralluogo ignorato

Mario Ravidà, all’epoca ispettore della Criminalpol di Catania, viene inviato il giorno dopo la strage a Palermo, assieme ai colleghi Francesco Arena e Antonio Carambia. Lo scenario che si presentò dinanzi agli occhi dei tre funzionari della polizia catanese fu agghicciante come racconta Ravidà

“Quando arrivammo in via d’Amelio ricordo ancora i fumi delle macchine, i pezzi delle auto ed i palazzi sventrati” — racconterà anni dopo al processo per il depistaggio della strage — “Visti gli ingenti danni pensammo immediatamente ad un utilizzo di un telecomando per la strage […] Arriviamo qua sul posto ci colpì la potenza della deflagrazione, i pezzi erano sparsi ovunque, l’odore di carne bruciata mi è rimasto impresso ancora tutt’oggi”​

La prima domanda che si pongono è ovvia: da dove è stato premuto il telecomando che ha gettato nell’inferno via D’Amelio?

Subito escludono che l’attentatore possa essersi trovato a ridosso della scena perchè avrebbe rischiato di essere dilaniato.

Cercano un punto alto, protetto, con vista diretta sulla strada.

“Quel palazzo sulla destra, quello grigio, era in costruzione e mancava tutto l’attico, era tutto aperto. […] Immediatamente ho detto: guarda quello è un posto eccezionale”​

Quel palazzo aveva una caratteristica fondamentale

“una vista diretta precisa netta pulitissima sul teatro della strage non più di 150 metri”

L’interno del palazzo: la lastra, le cicche, i fratelli Graziano

Il racconto che fornisce il commissario Ravidà si fa più preciso, ricco di dettagli.

Sale fino all’ultimo piano. La terrazza è aperta, esposta verso via D’Amelio. La vista era perfetta: diretta, netta, pulita

“C’era la possibilità di poter vedere le macchine e la scorta quando entravano e possibilmente vedere il giudice Borsellino che scendeva dalla macchina e azionare proprio in quel momento il telecomando, proprio per non sbagliare l’obiettivo”

Fu proprio in terrazza che Ravidà ebbe a notare qualcosa di inaspettato un vetro scudato

“La cosa che mi colpì subito era un vetro molto spesso appoggiato al parapetto della terrazza praticamente che sporgeva verso l’esterno — era un vetro molto spesso che io ho definito scudato”

Sul pavimento Ravidà trova anche delle cicche di sigaretta

“come se qualcuno era stato là per parecchio tempo, aveva fumato e aveva spento queste cicche là per terra”​

 

I fratelli Graziano e quella presenza ingombrante

Nel frattempo, gli agenti all’interno dell’edificio incontrano due uomini che dicono di essere i fratelli Graziano

“una persona che scendeva le scale disse di essere il costruttore del palazzo e che si trovava assieme al fratello che era all’ultimo piano”​

I due furono identificati come fratelli Graziano, vengono subito segnalati alla centrale, come ci conferma Ravidà

“sono delle persone che hanno dei precedenti di polizia pesante anche per associazione mafiosa […]entrambi erano forniti di telefonini. Prendemmo i numeri telefonici. Tutti questi elementi li inserimmo in una relazione di servizio”

Relazione di servizio che sarà consegnata al dott. Di Costanzo, all’epoca a capo della Criminalpol.​

I fratelli Graziano verranno menzionati anni dopo nel processo a Bruno Contrada: sono proprio loro a mettere a disposizione dell’ex dirigente del SISDE alcuni appartamenti. 

In altri termini esisteva un “rapporto fiduciario confidenziale fra i costruttori Graziano e il dottor Contrada”

Il passaggio di consegne e la relazione sparita

Proprio mentre la squadra sta per procedere con altri rilievi, arrivano i colleghi della Criminalpol di Palermo:

“Saliti dei colleghi […] dissero: ora ci pensiamo noi, non vi preoccupate. E noi ci siamo limitati a fare la relazione di servizio raccontando quello che avevamo visto. Il giorno dopo ci dicono: potete rientrare a Catania. Non c’è più bisogno di voi”​

Quella relazione scompare. Nessuno ne parla più. Nessuno la cerca. Nessuno la ritrova.

Di una cosa siamo certi con la scomparsa della relazione, dove erano appuntati i numeri dei telefoni dei fratelli Graziano, presumiamo, per quanto ne sappiamo, che nessuno fece gli accertamenti su quei numeri che potevano essere importanti per approfondire in quale ambiente i fratelli Graziano si muovevano.

Bastava un accertamento attraverso il terminale elettronico della Polizia di Stato.

Bastava un semplice clik che sarebbero apparsi i due nomi dei fratelli Graziano controllati dalla Criminalpol di Catania.

Perchè di questa vicenda non è emerso mai niente?

Perchè la magistratura non è andata mai fino in fondo?

Del resto non è un mistero: era risaputo che i costruttori palermitani erano in stretto contatto con la famiglia mafiosa dei Madonia di Palermo.

Nel Borsellino quater i giudici scriveranno che “i fratelli Graziano erano i prestanomi” dei Madonia nel cui territorio rientrava anche il controllo della via D’Amelio, il teatro della strage.

Va peraltro segnalato, com’è noto, che una delle regole che vigeva all’interno di Cosa nostra era che nessun attentato poteva essere compiuto sul territorio senza il preventivo consenso del capomandamento del territorio dove doveva eseguirsi un omicidio.

Com’è altrettanto noto il Giuseppe Madonia di Palermo venne condannato all’ergastolo per la strage di via D’Amelio

Perchè non si eseguirono le indagini necessarie su numeri di telefoni dei fratelli Graziano?

L’unico dato certo e che all’epoca l’ente gestore “Sip” cancellava i tabulati telefonici dopo dieci anni con il risultato che tutto cadde nel vuoto “istituzionale”. 

Del resto la pista da seguire era quella voluta da quelle Entità esterne a Cosa nostra che avevavo ordinato la strage: bisognava vestire il pupo che aveva un nome e cognome Vincezo Scarantino il falso pentito che inquinò i primi due processi sulla strage dove perse la vita il giudice Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta. 

Lo stesso Ravidà è sempre stato convinto che su quegli elementi evidenziati nella relazione di servizio erano state compiute indagini. Solo molto tempo dopo, da colleghi della Dia, apprenderà che “fu ritrovata e che furono fatti accertamenti”. Ma non si saprà mai cosa ne emerse. 

Una telefonata dimenticata

Il racconto dell’ex commissario della Dia, all’epoca in servizio presso la Criminalpol, si fa ancora più preciso quando ricorda anche una coincidenza più che inquietante

“Quando andammo a testimoniare al Quater (Ravidà si riferisce a quarto processo sulla strage di via D’Amelio) incontrai un collega del 113. Un centralinista. Mi disse che in concomitanza con la strage raccolse una telefonata anonima in cui si diceva che nel palazzo dei Graziano c’era un movimento strano di persone”​

Una circostanza che risulterà davvero strana se messa in stretta relazione allo scenario descritto dagli agenti di polizia della Criminalpol catanese che quando arrivano il lunedì non trovarono nessuno in cantiere.

Il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli con in mano la borsa del dott. Borsellino

Cosa ci fanno gli uomini di Arcangioli attorno al Palazzo sparito?

I misteri divengono ancora più fitti perchè, a quanto pare, quel palazzo doveva essere attenzionato. Lo prova la presenza degli uomini di Arcangioli sotto il palazzo dei Graziano.

Giovanni Arcangioli, all’epoca capitano dei carabinieri, è il famoso ufficiale che venne ritratto in una foto con in mano la borsa di Borsellino, all’interno della quale vi era l’Agenda Rossa poi sparita nel nulla.

Il Graziano, tra l’altro, sentito al Borsellino quater, affermo il falso, dicendo di essere stato da solo nel momento in cui fu controllato da Ravidà e aggiunse che suo fratello, al momento del controllo,  non era insieme a lui ma era, addirittura, fuori Palermo e aggiunse che il palazzo era stato controllato da carabinieri senza rilevare nulla di anomalo.

Ora, considerato che per raggiungere il Palazzo dei Graziano bisognava fare il giro dell’isolato perchè via D’Amelio, all’epoca, era una strada a fondo cieco. Ciò che divideva il Palazzo e via D’Amelio era un giardino quindi viene da chiedersi

Perche’ i Carabinieri pochi istanti dopo l’esplosione si interessarono a quello stabile in costruzione?

Vi era qualche altro con Arcangioli e i suoi uomini che venne accompagnato in quel palazzo?

Furono mai sentiti gli uomini di Arcangioli sul perche’ si trovavano sotto il palazzo dei Graziano?

Un’occasione investigativa ignorata?

Tutto ciò che emerge da questa racconto è una profonda amarezza che si legge negli occhi dell’ex commissario Ravidà.

Il suo racconto, tra le altre cose, non appare dall’oggi al domani ma risulta consacrato in diverse deposizioni offerte dinnanzi alla Corte, in particolare nel procedimento passato alla storia come Borsellino quater e nel primo procedimento del cosiddetto “Depistaggio” che venne messo in atto in via D’Amelio subito dopo la strage

“Se c’era una possibilità di sviluppare un filone di indagine serio… non è stato fatto. E oggi mi chiedo il perché non è stato fatto”

Il palazzo dei Graziano — undici piani, visuale perfetta, presenze sospette, telefonini, vetri “scudati”, cicche di sigaretta, una telefonata anonima — sparisce dalle carte processuali. Come se non fosse mai esistito. Eppure è lì, ancora oggi, visibile da via D’Amelio.

“Noi possiamo in questo momento farci delle domande, anche perché quel palazzo porta — che lo si voglia o no — ad altri personaggi molto più importanti degli stessi Graziano e, verrebbe da dire, anche molto più importanti degli stessi boss mafiosi”

Perchè si preferì imboccare la via del falso pentito Scarantino fino al punto di far sparire un palazzo di undici piani?

E in questo contesto che ruolo hanno avuto i servizi segreti di Contrada e Narracci in questa tragica vicenda?

Guglielmo Bongiovanni

Questa inchiesta non è isolata

La vicenda del “palazzo scomparso” di via D’Amelio non è un caso a sé.
Chi segue il nostro sito lo sta vedendo chiaramente: le omissioni, le piste ignorate, i documenti che spariscono non appartengono a una sola storia.

In queste stesse settimane stiamo pubblicando l’audizione integrale di Luana Ilardo, figlia di Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio 1996.
Anche in quel caso emergono elementi precisi, nomi, luoghi, responsabilità mai approfondite fino in fondo.

Cambiano le vittime.
Cambiano i contesti.
Non cambia il metodo.

👉 Audizione Luana Ilardo tutti gli episodi