Hanno arrestato chi ha piazzato la bomba. Ma chi ha ordinato l’attentato a Ranucci?

Sigfrido Ranucci

Attentato a Sigfrido Ranucci: arrestati gli esecutori. Ma chi ha ordinato quella bomba?

L’ordinanza della Procura di Roma ricostruisce il commando, l’attentato su commissione, la mail anonima e i primi indizi sui possibili mandanti. Un’inchiesta che, dopo gli arresti, entra ora nella sua fase più delicata.

Per oltre otto mesi una domanda è rimasta senza risposta: chi aveva deciso di colpire con un ordigno esplosivo l’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci?

Oggi una parte di quella risposta sembra essere arrivata. I Carabinieri del Comando Provinciale di Roma, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia e dal pubblico ministero Carlo Villani, hanno eseguito quattro misure cautelari nei confronti di quelli che gli investigatori ritengono essere gli esecutori materiali dell’attentato avvenuto nella notte del 16 ottobre 2025 davanti alla casa del conduttore di Report, a Pomezia.

È una svolta importante. Ma è soltanto una parte della storia.

Perché, leggendo l’ordinanza del GIP, emerge con forza un elemento destinato a cambiare la prospettiva dell’intera vicenda: secondo gli inquirenti non si sarebbe trattato del gesto improvvisato di quattro persone, bensì di un’azione organizzata, pianificata e commissionata da soggetti che, almeno per il momento, restano senza nome.

Un’indagine costruita tassello dopo tassello

L’inchiesta rappresenta il risultato di un lavoro investigativo estremamente complesso.

Gli investigatori hanno ricostruito gli spostamenti del gruppo attraverso l’analisi delle telecamere di videosorveglianza installate lungo la SS 148 Pontina, individuando la Fiat 500X utilizzata per raggiungere Roma dalla Campania.

A questo si è aggiunto il lavoro sui tabulati telefonici. I dati dei ripetitori hanno mostrato che i telefoni cellulari in uso agli indagati seguivano lo stesso itinerario dell’autovettura, sia durante il sopralluogo effettuato nei giorni precedenti sia nella notte dell’attentato.

Determinanti sono stati anche gli accertamenti tecnico-scientifici sull’ordigno.

Secondo gli atti, l’esplosivo utilizzato sarebbe stata della cosiddetta “gelatina da cava”, un materiale ormai poco comune ma caratterizzato da un’elevata capacità distruttiva, circostanza che ha aperto ulteriori interrogativi sulla provenienza dell’esplosivo e sull’esistenza di una rete in grado di procurarlo.

Singolarmente, ciascuno di questi elementi avrebbe avuto un valore limitato. Insieme hanno consentito agli investigatori di ricostruire, con precisione, l’intera sequenza dell’azione criminale.

Un attentato eseguito su commissione

È però un altro il passaggio dell’ordinanza che colpisce maggiormente.

Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di detenzione e porto di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento aggravati dal metodo mafioso.

Una contestazione che non nasce soltanto dalla gravità dell’attentato, ma soprattutto dalle modalità con cui, secondo gli investigatori, esso sarebbe stato organizzato.

Il gruppo avrebbe agito dietro compenso economico.

Non soltanto.

Sempre secondo l’impianto accusatorio, dietro gli esecutori materiali vi sarebbe stata una struttura capace di garantire finanziamenti, schede telefoniche dedicate, assistenza legale e perfino un eventuale piano di fuga all’estero nel caso in cui qualcosa fosse andato storto.

Nel corso delle indagini emergono inoltre tentativi di individuare eventuali microspie, conversazioni sulle possibili strategie difensive e indicazioni per mantenere il massimo riserbo.

Elementi che descrivono un’organizzazione ben più articolata di quella che potrebbe far pensare un semplice gruppo di quattro persone.

La pista dei mandanti

È proprio qui che l’indagine entra nella sua fase più delicata.

Nell’ordinanza compare infatti una e-mail anonima inviata direttamente al pubblico ministero Carlo Villani. Si tratta di un messaggio che gli investigatori hanno acquisito agli atti e che viene valutato con le dovute cautele, poiché il suo contenuto necessita di ulteriori riscontri investigativi.

Questo è il testo riportato nell’ordinanza:

«Spett. Dott. Villani,
Vi do una mano a prendere quel deficiente ha fatto quel casino fuori casa di Ranucci… non sto’ scherzando… ma se me lo vendo è perché lui ha lavorato per il clan Moccia di Afragola senza avvisare ai compagni che ha intorno e con i quali fa altre attività malavitose che a lei NON interessano… quindi lei potrebbe capire una cosa per un’altra, lui lavora per gli amici di Nola e se ce lo avrebbe detto NON glielo avremmo mai permesso perché Ranucci a noi NON ci ha fatto niente e questo sono guai che NON vogliamo…»

Sono parole pesanti, che evocano scenari criminali di assoluto rilievo. Tuttavia, è importante sottolineare che, allo stato delle indagini, il contenuto della mail non costituisce una prova del coinvolgimento del clan Moccia né di altre organizzazioni criminali.

Secondo quanto emerge dall’ordinanza, gli investigatori ritengono che l’autore del messaggio sia un pregiudicato locale, Davide Netti, al quale Antonio Passariello avrebbe raccontato alcuni particolari dell’attentato. Anche questa ricostruzione rientra nel quadro investigativo delineato dalla Procura e sarà oggetto di ulteriori verifiche.

Resta però un dato che merita attenzione: il riferimento al clan Moccia, storico sodalizio camorristico originario di Afragola e da decenni presente anche nella Capitale. Un richiamo che gli inquirenti non hanno ignorato, ma che, correttamente, hanno scelto di trattare con la massima prudenza, senza trarre conclusioni anticipate.

L’indagine, infatti, è tutt’altro che conclusa. Se gli esecutori materiali sembrano oggi avere un nome e un volto, resta ancora da individuare chi abbia realmente deciso di colpire Sigfrido Ranucci e quale sia stato il movente che ha portato all’organizzazione dell’attentato.

I collegamenti con il mondo della camorra

L’ordinanza, tuttavia, restituisce un quadro relazionale che gli investigatori ritengono meritevole di approfondimento.

Dalle intercettazioni emerge infatti che Antonio Passariello sarebbe stato in contatto con Salvatore Cava, detto Totore, esponente dell’omonimo clan attivo nel territorio di Quindici.

Lo stesso gruppo criminale che, negli anni, ha intrattenuto rapporti con altre importanti organizzazioni camorristiche dell’area nolana.

Anche questo elemento, naturalmente, non equivale ad attribuire responsabilità ai clan richiamati nell’ordinanza.

Ma contribuisce a delineare il contesto criminale nel quale gli investigatori stanno cercando di individuare chi abbia realmente deciso di colpire il giornalista.

Il mistero di “Corrado”

Tra le numerose intercettazioni contenute negli atti ve n’è una che apre un ulteriore interrogativo.

Parlando con Marika De Filippis e Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino afferma:

«Quello ha detto a quello che non dobbiamo proprio farlo arrivare a Corrado.»

Una frase apparentemente semplice.

Ma che potrebbe avere un peso investigativo rilevante.

Chi è “Corrado”?

È uno degli organizzatori?

È un intermediario?

Oppure rappresenta un livello superiore nella catena decisionale?

Per il momento nessuna risposta.

Ed è probabilmente uno degli aspetti sui quali la Procura continuerà a concentrare le proprie indagini.

La vera domanda è ancora senza risposta

L’arresto dei presunti esecutori materiali rappresenta senza dubbio una svolta.

Ma non conclude questa vicenda.

Anzi.

La apre.

Perché una domanda rimane ancora sospesa.

Chi aveva interesse a intimidire uno dei giornalisti d’inchiesta più esposti del Paese?

Chi ha deciso di finanziare l’operazione?

Chi ha procurato l’esplosivo?

E soprattutto: chi ha impartito l’ordine di colpire?

Sono questi gli interrogativi ai quali dovrà rispondere il prosieguo delle indagini.

Ed è su questo terreno che si misurerà la capacità dello Stato di andare oltre gli esecutori materiali per individuare chi, eventualmente, ha ideato e commissionato l’attentato.

Nei prossimi giorni pubblicheremo integralmente anche l’ordinanza cautelare con cui il Tribunale di Roma ha disposto gli arresti, affinché ogni lettore possa consultare direttamente gli atti e valutare personalmente gli elementi raccolti dagli investigatori.

Guglielmo Bongiovanni