Bologna, Bellini e il 1992: dove conduce il filo nero delle stragi?

Paolo Bellini, condannato all'ergastolo per la strge di Bologna del 2 agosto del 1980

Paolo Bellini, Bologna e quel filo nero che arriva fino alle stragi del 1992

Quarantasei anni dopo la bomba alla stazione, la condanna dell’ex “Primula nera” è definitiva. Ma il suo nome riemerge nelle indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. E una domanda torna a imporsi: dove conduce davvero il filo nero delle stragi italiane?

Alle 10:25 del 2 agosto 1980 la stazione di Bologna esplode.

La bomba devasta la sala d’aspetto di seconda classe. Ottantacinque persone vengono uccise, oltre duecento rimangono ferite. È una delle pagine più sanguinose della storia della Repubblica italiana.

Per decenni processi, indagini, depistaggi e nuove acquisizioni investigative hanno cercato di ricostruire non soltanto chi partecipò materialmente alla strage, ma soprattutto il sistema che rese possibile quell’attentato.

Oggi un altro tassello di quella storia è diventato definitivo.

Nel luglio 2025 la Corte di Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo di Paolo Bellini, già pronunciata e confermata in appello l’8 luglio 2024.

Con il deposito delle motivazioni, avvenuto nel gennaio 2026, il quadro giudiziario si è ulteriormente consolidato.

Ma la storia di Paolo Bellini potrebbe non fermarsi a Bologna.

Perché, a distanza di quasi mezzo secolo dalla bomba del 2 agosto, il nome dell’ex “Primula nera” compare anche in un’altra pagina ancora tormentata della storia italiana: quella delle stragi mafiose del 1992.

E proprio qui il racconto assume una dimensione diversa.

L’uomo sul primo binario

Per anni Paolo Bellini aveva sostenuto di non trovarsi a Bologna la mattina della strage.

Il suo alibi lo collocava al Passo del Tonale insieme alla famiglia.

Poi è riemerso un documento rimasto per decenni davanti agli occhi degli investigatori: un filmato amatoriale realizzato dal turista svizzero Harald Polzer.

Quelle immagini mostrano la stazione di Bologna poco prima e poco dopo l’esplosione.

Ed è su quel filmato che gli investigatori concentrano nuovamente la loro attenzione.

Sul primo binario viene individuato un uomo.

Secondo la ricostruzione giudiziaria, quell’uomo è Paolo Bellini.

L’identificazione diventa uno degli elementi centrali dell’intero procedimento. A rafforzarla intervengono la testimonianza della sua ex moglie e ulteriori riscontri investigativi.

Crolla così uno dei pilastri della difesa.

La Corte descrive quello costruito da Bellini come un alibi “raffinatissimo”, predisposto attraverso il coinvolgimento della nipote e di altre persone che avrebbero dovuto confermare la sua presenza lontano da Bologna.

La Cassazione arriverà poi a ribadire che quell’alibi era stato “organizzato previamente in modo raffinato”.

Un elemento considerato significativo anche per valutare la consapevolezza dell’imputato.

Ma la presenza alla stazione, da sola, non racconta tutto.

Bellini non era semplicemente a Bologna

Le motivazioni della Cassazione vanno oltre la semplice collocazione di Bellini sul primo binario.

Secondo quanto cristallizzato nel giudizio definitivo, è stata raggiunta la prova di un suo contributo attivo nella “fase centrale del trasporto, consegna e collocazione di almeno una parte dell’esplosivo”

È un passaggio decisivo.

Bellini, dunque, non viene considerato un uomo capitato casualmente alla stazione quella mattina.

Il suo contributo viene inserito nella fase operativa dell’attentato.

La sua figura si colloca così all’interno di una struttura molto più ampia, nella quale differenti ambienti dell’eversione neofascista avrebbero agito insieme.

NAR, Avanguardia Nazionale, Terza Posizione.

Non una singola organizzazione chiusa in se stessa, ma più componenti inserite nella realizzazione della strage.

Ed è proprio questa ricostruzione a spostare inevitabilmente l’attenzione dalla domanda su chi mise la bomba a quella, assai più complessa, su chi volle, finanziò, organizzò e protesse la strage.

Dietro gli esecutori

Le sentenze sulla strage di Bologna hanno progressivamente ricostruito un quadro nel quale gli esecutori materiali non rappresentano l’intera storia.

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro erano già stati condannati definitivamente. Bellini si aggiunge successivamente a questo quadro, con una responsabilità ormai anch’essa definitivamente accertata.

Ma dietro l’esecuzione emerge una struttura più complessa.

Al centro di questa ricostruzione compare Licio Gelli e con lui la loggia massonica P2.

Secondo il quadro delineato nel procedimento, Gelli avrebbe svolto un ruolo centrale nella regia dell’operazione, fornendo sostegno finanziario e contribuendo successivamente alla costruzione dei depistaggi destinati a impedire che le indagini raggiungessero i livelli superiori della strage.

È questo uno degli aspetti più importanti dell’intera vicenda.

Perché Bologna non appare più soltanto come l’azione sanguinaria di un gruppo di terroristi neofascisti.

Dietro gli uomini incaricati della fase operativa emerge un sistema di relazioni, finanziamenti, protezioni e coperture.

Un sistema capace di sopravvivere alla stessa strage.

La seconda bomba: i depistaggi

Dopo il 2 agosto 1980 comincia infatti un’altra storia.

Quella dei depistaggi.

Rapporti falsi, piste investigative alternative, testimonianze costruite, informazioni destinate a spostare altrove l’attenzione degli investigatori.

Il risultato è una gigantesca cortina di fumo.

La sentenza confermata dalla Cassazione inserisce anche la vicenda Bellini dentro questo sistema di coperture.

E proprio il depistaggio diventa uno degli elementi attraverso i quali comprendere perché siano stati necessari più di quarant’anni per raggiungere alcuni dei risultati giudiziari oggi acquisiti.

Non si trattò soltanto di trovare gli uomini che avevano partecipato all’attentato.

Occorreva attraversare le false piste disseminate lungo il percorso.

La conferma definitiva delle condanne dell’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, a sei anni per depistaggio, e di Domenico Catracchia, a quattro anni per false informazioni, completa questo segmento della vicenda giudiziaria.

E restituisce un dato difficile da ignorare: intorno alla strage si mossero uomini interessati a nascondere, alterare o rendere più difficile la ricostruzione della verità.

Una strage dentro una strategia più grande

È forse questo il punto politicamente e storicamente più importante.

La strage di Bologna non emerge dal processo come un episodio isolato.

La ricostruzione giudiziaria colloca l’attentato dentro una strategia più ampia nella quale eversione neofascista, ambienti della P2, apparati deviati e sistemi di protezione finiscono per incontrarsi.

Secondo quanto riportato nelle motivazioni, l’azione sarebbe stata realizzata da un commando composto da appartenenti a più cellule neofasciste, coordinate all’interno di una regia superiore riconducibile alle direttive di Licio Gelli e della P2.

Questa è la vera dimensione che la vicenda Bellini consegna alla storia della strage.

Non soltanto l’uomo ripreso su un binario.

Non soltanto il militante dell’estrema destra.

Ma un tassello all’interno di una struttura assai più vasta.

Ed è proprio seguendo questo filo che la storia arriva, sorprendentemente, fino agli anni Novanta.

Dicembre 1991: Bellini è in Sicilia

La condanna definitiva per Bologna, infatti, non esaurisce i problemi giudiziari di Paolo Bellini.

Nelle ultime settimane il suo nome è tornato al centro dell’attenzione per una vicenda completamente diversa e ancora oggetto di indagine.

Questa volta bisogna spostarsi dalla Bologna del 1980 alla Sicilia del dicembre 1991.

Sono mesi cruciali.

La Procura di Caltanissetta ha concentrato l’attenzione sui movimenti compiuti da Bellini nell’isola proprio nel periodo in cui Totò Riina e il vertice di Cosa nostra stavano pianificando la strategia di attacco allo Stato che sarebbe esplosa pochi mesi più tardi.

Gli investigatori hanno acceso un faro, in particolare, su una sosta di Bellini a Enna e sui suoi rapporti con il mafioso Antonino Gioè.

Elementi inseriti in un quadro ancora più delicato: i rapporti tra eversione nera, traffici illeciti e la nascita della misteriosa sigla della Falange Armata.

È da qui che nasce un interrogativo investigativo inevitabile.

Che cosa faceva Paolo Bellini in Sicilia alla vigilia della stagione delle stragi?

Da Bologna a Capaci e via D’Amelio?

Su questo punto è indispensabile distinguere nettamente i fatti accertati dalle ipotesi ancora sottoposte al vaglio giudiziario.

Per Bologna esiste ormai una condanna definitiva.

Per le stragi del 1992 siamo invece ancora sul terreno delle indagini.

La Procura di Caltanissetta aveva avanzato una richiesta di archiviazione.

Ma la vicenda non è ancora chiusa.

Il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta Santi Bologna ha fissato per il 14 settembre 2026 il contraddittorio tra le parti, dopo la restituzione degli atti alla luce dei più recenti principi espressi dalla Corte di Cassazione sulla completezza delle indagini.

Sarà dunque necessario attendere.

E soprattutto evitare di trasformare un’ipotesi investigativa in una verità già acquisita.

Ma il dato rimane.

Il nome di un uomo definitivamente condannato per la strage di Bologna compare oggi all’interno di accertamenti che guardano alla Sicilia alla vigilia delle bombe del 1992.

Il filo nero che attraversa le stragi

È questo il punto dal quale occorre ripartire.

Paolo Bellini attraversa decenni della storia criminale italiana.

Il terrorismo nero.

La strage di Bologna.

Gli ambienti dell’eversione.

I depistaggi.

La P2.

E poi quei movimenti in Sicilia nel dicembre 1991 e i rapporti con Antonino Gioè sui quali gli investigatori di Caltanissetta stanno cercando di fare definitivamente chiarezza.

Non significa che tutte queste vicende possano essere automaticamente sovrapposte.

E soprattutto non significa che ciò che è stato definitivamente accertato per Bologna possa essere trasferito, senza prove, alle stragi del 1992.

Significa però che esiste un terreno d’indagine che merita di essere percorso fino in fondo.

Perché dopo oltre quarant’anni la strage del 2 agosto 1980 ci consegna una lezione precisa: dietro una bomba possono esserci gli uomini che la trasportano e la collocano, ma possono esserci anche coloro che finanziano, proteggono, depistano e costruiscono false verità.

La condanna definitiva di Paolo Bellini chiude una parte di quella storia.

Non necessariamente tutta.

Il prossimo appuntamento è fissato al 14 settembre 2026, quando a Caltanissetta tornerà al centro dell’attenzione giudiziaria quel capitolo ancora aperto.

E allora la domanda non sarà soltanto che cosa fece Paolo Bellini in Sicilia nel dicembre 1991.

La domanda, molto più grande, sarà capire se dietro stagioni stragiste apparentemente lontane nel tempo possano emergere uomini, ambienti e relazioni capaci di attraversare diversi momenti della storia italiana.

È il filo nero delle stragi.

Un filo che da Bologna conduce verso altre pagine ancora controverse della nostra storia.

E che, proprio per questo, va seguito attraverso sentenze, documenti e fatti. Senza anticipare conclusioni. Ma senza smettere di fare domande.

Guglielmo Bongiovanni