Berlusconi, Dell’Utri e le stragi: le carte che la politica non racconta

Archiviazione delle stragi del 1993-1994: cosa dice davvero il decreto di Firenze

La GIP Patrizia Martucci archivia l’inchiesta sui presunti mandanti esterni delle bombe mafiose. Ma le carte non cancellano la sentenza Dell’Utri, i rapporti con Cosa Nostra e le domande che da oltre trent’anni accompagnano una delle pagine più oscure della Repubblica.

LA POLITICA FESTEGGIA, MA LE CARTE RACCONTANO UN’ALTRA STORIA

La grancassa politica si è attivata pochi minuti dopo il deposito del decreto di archiviazione firmato dalla GIP del Tribunale di Firenze Patrizia Martucci.

Le dichiarazioni si sono susseguite a ritmo serrato. Esponenti del Governo e dirigenti di Forza Italia hanno presentato il provvedimento come una definitiva certificazione dell’inesistenza di qualsiasi rapporto tra il fondatore di Fininvest e Cosa Nostra.

Secondo questa narrazione, oltre trent’anni di indagini, processi, testimonianze e sentenze sarebbero stati spazzati via da poche pagine depositate in un ufficio giudiziario di Firenze.

Ma la lettura del decreto racconta una storia diversa.

Molto diversa.

L’archiviazione non afferma che Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri non abbiano mai avuto rapporti con esponenti mafiosi. Non cancella le sentenze passate in giudicato. Non modifica gli accertamenti compiuti da altri tribunali italiani.

La decisione della GIP affronta una questione ben precisa: stabilire se esistano prove sufficienti per sostenere in giudizio l’accusa secondo cui Berlusconi e Dell’Utri abbiano avuto un ruolo nella strategia stragista che tra il 1993 e il 1994 colpì Firenze, Milano e Roma.

Si tratta di un piano completamente diverso rispetto a quello dei rapporti storici tra Cosa Nostra e il mondo economico e politico gravitante attorno a Fininvest.

SEI RIAPERTURE E OLTRE TRENT’ANNI DI INDAGINI

Per comprendere il significato dell’archiviazione bisogna partire da un dato.

La Procura di Firenze non ha chiuso il fascicolo dopo pochi mesi di lavoro.

L’inchiesta è stata riaperta più volte nel corso degli anni.

I magistrati hanno acquisito dichiarazioni di collaboratori di giustizia, informative investigative, documenti emersi da altre indagini e nuovi elementi raccolti fino agli anni più recenti.

L’obiettivo era verificare se il nuovo soggetto politico nato nel 1993 attorno a Forza Italia avesse rappresentato, agli occhi dei vertici corleonesi, una possibile sponda politica dopo il crollo del tradizionale sistema di relazioni che per decenni aveva garantito protezione e mediazione all’organizzazione mafiosa.

Una domanda enorme.

Una domanda che attraversa la storia repubblicana.

Una domanda che continua ad accompagnare il dibattito pubblico ancora oggi.

IL QUADRO INDIZIARIO CHE MOLTI FINGONO DI NON LEGGERE

Nelle motivazioni del decreto la GIP non liquida l’inchiesta come una fantasia investigativa.

Al contrario.

Il provvedimento richiama esplicitamente l’esistenza di un «quadro indiziario significativo quanto alla posizione degli indagati».

Si tratta probabilmente del passaggio più importante dell’intero decreto.

Quelle parole significano che gli elementi raccolti dalla Procura non vengono considerati inesistenti.

Il problema è un altro.

Secondo il giudice, gli indizi non raggiungono il livello richiesto dal diritto penale per sostenere una contestazione di strage.

In altre parole, non esiste la prova che consentirebbe di dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che Silvio Berlusconi o Marcello Dell’Utri abbiano partecipato consapevolmente alla progettazione o all’attuazione della strategia stragista.

Manca ciò che nel linguaggio giornalistico viene spesso definito la “pistola fumante”.

Ed è questa la ragione dell’archiviazione.

DOCUMENTO ORIGINALE

Decreto di archiviazione del Tribunale di Firenze (GIP Patrizia Martucci)

Per consentire ai lettori di valutare direttamente il contenuto del provvedimento, pubblichiamo integralmente il decreto di archiviazione relativo all’inchiesta sui presunti mandanti esterni delle stragi del 1993-1994.

 

COSA SCRIVE LA GIP MARTUCCI

«Non vi sono elementi che consentano di formulare una ragionevole previsione di esito sfavorevole per gli indagati».

Tradotto dal linguaggio giuridico: esistono elementi investigativi, ma non sufficienti per sostenere una probabile condanna in un processo per strage.

IL MACIGNO DELLA SENTENZA DELL’UTRI DEL 2014

Qui emerge l’equivoco più grande.

Da un lato vi è il reato di strage.

Dall’altro il tema dei rapporti tra Cosa Nostra e alcuni ambienti economici e politici.

Le due questioni non coincidono.

Nel maggio del 2014 la Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

Quella sentenza rappresenta un punto fermo della storia giudiziaria italiana.

Secondo i giudici, Dell’Utri svolse per anni il ruolo di mediatore tra Silvio Berlusconi e importanti esponenti di Cosa Nostra.

La sentenza ricostruisce rapporti con Stefano Bontate, Mimmo Teresi e altri esponenti dell’organizzazione mafiosa palermitana.

Ricostruisce il ruolo svolto da Vittorio Mangano, il boss assunto nella villa di Arcore.

Ricostruisce una relazione che, secondo l’accertamento giudiziario definitivo, si sarebbe protratta almeno fino al 1992.

Tutto questo continua ad esistere.

L’archiviazione di Firenze non modifica una sola riga di quel giudicato.

CHI ERA VITTORIO MANGANO

Esponente della famiglia mafiosa di Porta Nuova, Vittorio Mangano visse per un periodo nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi.

La sua presenza è stata oggetto di numerose indagini e sentenze.

Marcello Dell’Utri lo definì pubblicamente «un eroe» per non avere collaborato con la magistratura.

I 42 MILIONI DI EURO E IL “DEBITO DI RICONOSCENZA”

Negli ultimi anni l’attenzione della magistratura si è concentrata anche sui rapporti economici intercorsi tra Berlusconi e Dell’Utri.

Secondo gli atti giudiziari, nel corso del tempo l’ex senatore avrebbe ricevuto oltre quarantadue milioni di euro dall’ex Presidente del Consiglio.

A tali somme si è aggiunto il lascito testamentario disposto nel 2023.

Gli inquirenti hanno ipotizzato che questi trasferimenti possano rappresentare qualcosa di diverso da semplici manifestazioni di amicizia personale.

Nelle carte compare una definizione destinata a suscitare inevitabili discussioni: “debito di riconoscenza”.

Una formula che richiama inevitabilmente il lungo rapporto tra i due uomini e che dimostra come il capitolo giudiziario non possa considerarsi definitivamente concluso.

VERITÀ PROCESSUALE E VERITÀ STORICA

La vicenda di Firenze offre una riflessione più ampia.

La verità processuale e la verità storica non coincidono sempre.

La prima richiede prove certe e incontestabili.

La seconda si costruisce attraverso documenti, sentenze, testimonianze, comportamenti e fatti accertati nel corso del tempo.

L’archiviazione certifica che non esistono prove sufficienti per sostenere un’accusa di strage contro Berlusconi e Dell’Utri.

Non certifica l’inesistenza dei rapporti tra il mondo costruito attorno a Fininvest e Cosa Nostra.

Non cancella la sentenza Dell’Utri.

Non cancella Vittorio Mangano.

Non cancella decenni di indagini.

Non cancella le domande che continuano ad accompagnare la stagione delle stragi.

UNA MEMORIA CHE NON PUÒ ESSERE ARCHIVIATA

Le archiviazioni non dovrebbero mai essere trasformate in strumenti di propaganda.

Le sentenze definitive restano.

I fatti accertati restano.

La storia resta.

E con essa resta il dovere della memoria, soprattutto quando si parla di Cosa Nostra, dell’organizzazione criminale che per decenni ha insanguinato il Paese con omicidi, stragi, attentati e una sistematica aggressione alle istituzioni democratiche.

Per questo motivo, leggere integralmente le carte giudiziarie è spesso più utile che fermarsi ai comunicati politici.

L’archiviazione di Firenze chiude un fascicolo.

Non chiude la storia.

Guglielmo Bongiovanni